1975.  18 luglio

Tiro avanti, ma soffoco, mi annoio da morire.
Accidenti all’estate! E pensare che da ragazza mi mandava in estasi.
In questo angolo di paradiso mi viene la claustrofobia.
Per tranquillizzarmi devo fare il calcolo dei giorni.
Oggi spedisco a Felicita. Lo faccio adesso che ho superato quel momento: è come un volere accompagnare lo scritto con un magnetismo del tutto differente, per compensare lo squilibrio emotivo della lettera. Certo che non mi piace perdere il controllo sulla situazione, non mi fido poi così tanto della realtà e dei suoi possibili scherzetti: suppongo che, specialmente quando si fanno certi passi, è bene tenersi pronti, non farsi prendere alla sprovvista.
Insomma, ho spedito.
Ho consegnato la lettera all’impiegato e io mi sono sentita subito bene. Quello che mi mette a terra è proprio la dimensione affettiva come clausola di un rapporto coatto. Almeno per Sara era passione, amore, adorazione (certo che lei doveva sentirsi prigioniera lo stesso, ma almeno c’era una giustificazione davvero emotiva), mentre nelle lettere di Felicita c’è quasi una deduzione: “Carla non è distratta su di me e questa è una cosa bellissima, e certo le voglio bene sennò non avrei così paura che lei non me ne voglia, ecc.”.
C’è un che di artificioso oppure di cauto, mentre subito dopo il vincolo affettivo appare in tutta la sua coercizione di impegno a mantenere l’idillio.
Somiglia terribilmente a quello che io pretendevo da Sara ma, ripeto, con un’altra intensità.
Adesso sono leggera. Ho comprato delle memorie di Guicciardini (un concittadino) e mi diverto moltissimo a leggiucchiarlo e, per un po’ in omaggio a Felicita, “Il tempo ritrovato” di Proust.
(…)

[Carla Lonzi – Taci, anzi parla. Diario di una femminista. – 1978 – Pagg. 1082-1083]

 

 

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